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Il clima e le eruzioni vulcaniche

Lava - Image courtesy of Tahoe, MorguefileIeri su Climate Monitor è apparso un interessantissimo intervento, scritto da uno dei lettori del sito. L’argomento è di grande attualità, dal momento che è in corso la spettacolare eruzione del vulcano Chaiten. Nel seguente articolo vengono approfondite alcune storiche eruzioni e le relative conseguenze sul clima terrestre. Ne riporto di seguito il testo. Da Climate Monitor “Il clima e le eruzioni vulcaniche“:

Il 1816 è noto come l’anno senza estate, e non a caso un anno prima, 1815, ci fu l’eruzione del vulcano Tambora, in Indonesia, uno dei più grossi “botti” a memoria d’uomo che si ricordino; immise nell’atmosfera una quantità di ceneri tale da causare la completa oscurità per tre giorni per un raggio di 500 km intorno al vulcano. E’ stato stimato che la titanica eruzione del Tambora (VEI 7) produsse da 69 a 190 Km3 di polvere e cenere che, introdotte nella circolazione generale dell’atmosfera, generarono un velo intorno al globo terrestre. La permanenza delle particelle di cenere e gas in sospensione causò l’abbassamento della temperatura media mondiale di più di un grado con forti danni per l’agricoltura.

Analogamente quella del Krakatoa del 1883, che è tuttora considerata tra le più violente dell’era moderna (VEI – Volcanic Explosivity Index – pari a 6) ; proiettò una gigantesca nube di gas e materiale a 38 chilometri di altezza, e fu equivalente, come potenza, all’esplosione di 200 milioni di tonnellate di tritolo….

Un’altra grande eruzione fu quella del Pinatubo verificatasi il 15 giugno 1991 nelle Filippine. L’attività eruttiva è durata circa 9 ore ed ha eiettato in atmosfera circa 7 chilometri cubi di materiale. Si ritiene che quella del Pinatubo sia per importanza seconda solo all’eruzione del 1883 del Krakatoa. La ridotta radiazione solare alla superficie terrestre, a causa degli aerosol prodotti, provocò una diminuzione della temperatura di circa 0.4°C su gran parte della Terra per gli anni 1992-1993. Questo effetto ha superato di gran lunga il previsto effetto serra di origine antropica. Negli stessi anni si è anche assistito al più basso livello di ozono mai registrato. Vi sono quindi due effetti da considerare e cioè l’emissione di gas serra come la CO2 da un lato e l’emissione di SO2 dall’altro che combinandosi con l’acqua tende a formare acido solforico e quindi a diffondere la radiazione incidente.

E non parliamo dell’esplosione probabilmente tra le più intense degli ultimi 3000 anni:
l’Isola greca di Thera (Santorino), del 1627 a.C., le cui conseguenze climatiche si rilevano nello studio dell’accrescimento degli anelli dei tronchi degli alberi, e che per ben due secoli (fino al 1400 a.C. circa) testimoniano, nelle foreste di tutto il nord europa e nord america addirittura, tassi di accrescimento notevolmente ridotti e minimali rispetto al normale […]

Tra l’altro, l’eruzione del Monte Pinatubo produsse circa venti milioni di tonnellate di anidride solforica. Venti volte in più di quanto ci si aspettasse. A cosa era dovuta questa evidente differenza se lo sono chiesto tre geologi (SEMPRE NOI GEOLOGI IN PRIMA LINEA, altroché!!!), C. G. Newhall, J. A . Power e R. S. Punongbayan, che hanno messo insieme tra loro non solo i dati relativi alle emissioni gassose, ma anche quelli di altri fenomeni sospetti accaduti nel periodo in cui avvenne l’eruzione. L’attenzione dei tre ricercatori dell’università di Seattle si è quindi concentrata su un terremoto di particolare intensità che si era manifestato a circa cento chilometri di distanza dal vulcano, lungo la linea di faglia delle isole Filippine. Un terremoto profondo con una potenza di 7,8 gradi di magnitudine tale da lasciar supporre con ragionevolezza che il magma basaltico del mantello stesse in qualche modo spingendo verso l’alto e infiltrandosi con gli strati di magma preesistenti, sviluppando, nello stesso tempo, una sorta di enorme bolla di gas.

Di solito questi accumuli e queste intrusioni di magma di diversa composizione avvengono in zone piuttosto profonde, tra i cinque e i dieci chilometri dalla superficie. Nel Monte Pinatubo, questa enorme bolla di gas, circa 200 milioni di tonnellate, si è inserita in una riserva magmatica già esistente, costituita da magma a base di silicio e quindi particolarmente viscoso, mentre quella basaltica è molto più fluida. «In teoria», affermano i tre geologi, «il mescolamento dei due tipi di lava non sarebbe dovuta avvenire proprio a causa della loro differente viscosità. Ma nelle viscere del Monte Pinatubo, questa combinazione avvenne. Il magma basaltico che si era introdotto nella sacca magmatica si amalgamò con quella a base di silicio, formando cristalli composti da una parte di basalto e due di silicio». La reazione chimica determinata dalla miscelazione dei due diversi tipi di lava saturò il magma di gas e questo cominciò a salire verso la superficie come fosse una vera e propria bolla di sapone. La risalita della lava fu rapidissima, solo pochi giorni. In tre ore il vulcano eruttò circa 7 chilometri cubi di lava e dalla montagna si levò una nuvola alta 40 chilometri e larga 500.

Come spiega Alan Robock, della Rutgers University, gli effetti dell’eruzione sul clima del pianeta si sono fatti sentire per parecchi anni. E il cambiamento ha interessato anche lo strato di ozono. Significative riduzioni di questo gas nell’atmosfera, dell’ordine del 5 per cento, sono state infatti registrate alle medie latitudini, proprio nei due anni successivi all’eruzione. Questa riduzione dello strato d’ozono ha determinato un maggiore assorbimento da parte dell’atmosfera terrestre di raggi ultravioletti che ha prodotto effetti insoliti sul clima nell’Emisfero Boreale. L’inverno del 1991-92 in Nord America, Europa e Siberia fu più mite del solito, mentre in altre aree come l’Alaska, la Groenlandia, il Medio Oriente e la Cina, fu insolitamente freddo. In particolare si registrarono fenomeni piuttosto rari, come la neve su Gerusalemme e la morte dei coralli del Mar Rosso. L’eruzione del Piantubo ha quindi offerto l’occasione di valutare in maniera consistente le dinamiche sottese all’evoluzione e all’oscillazione del clima sul pianeta. Secondo Robock, questi elementi possono essere utilizzati per determinare e testare i modelli matematici elaborati per la ricostruzione delle dinamiche atmosferiche con una particolare attenzione circa le interrelazioni tra la stratosfera e l’irraggiamento da raggi ultravioletti.

fonte: http://magazine.enel.it

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